Dismaland

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Mi sono imbattuto in questa visione raccapricciante navigando nella rete alla deriva dei pensieri verso l’estremità del misticismo: un attentato terroristico all’interno di un parco divertimenti.

L’idea, potremmo dire pittoresca, è la lettura di un “sincronista“; studioso delle dinamiche cicliche/storiche dell’umanità all’interno di un tempo frazionale è sempre compresente.

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Greta dagli occhi di pietra

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“Ci stiamo avvicinando inesorabilmente all’estinzione. L’uomo è il cancro della terra, perché non lo capite, non c’è più tempo! Unitevi a noi prima che sia troppo tardi! La nostra casa è in fiamme!”

Questo è verosimilmente il pensiero diffuso – esemplificato all’estremo – tra gli schieramenti più radicali del movimento ambientalista. Movimento che sta ricoprendo la sua vitalità dopo varie congetture temporali (vedasi i vari eventi ambientali correlati al fatidico cambiamento climatico) attraverso l’ambigua figura di Greta Thunberg.
Dico ambigua non perché credo che dietro al suo successo ci sia la cospirazioni di corporations – di questo ne sono convito dal grande eco mediatico riscosso sin da subito; eco trasversale, esponenziale e totale, su ogni canale informativo – ma perché rimane dubbia la spontaneità o l’artificio nella sua lotta ambientale.

Premessa doverosa; io non ho nulla contro Greta, e anzi, stimo la sua presa di coscienza riguardo ad un tema così centrale e di difficile interpretazione com’è il cambiamento climatico.

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La mia breve biografia spiegata bene

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Alessandro Parlato,
nato il 30 marzo 1997, Arzignano (Vi)

Almeno così mi è stato riferito. Non ho ricordi di essere nato.
Il che è bizzarro; veniamo al mondo per una volontà ben più grande, che prescinde la nostra di volontà. Ed è la “volontà ben più grande” a volermi qui ad Arzignano. Città operosa, moderatamente razzista, mossa da una velleità cato-bigotta; una città Veneta.
Una città ricca. Che ga fame de schei, che nasce dalla fatica dei nostri nonni; assidui, meticolosi, insomma lavoratori … Veneti. Brave persone. Anca mi go inparà, volente o nolente, a stare al mondo, o meglio, in questa porzione di mondo: dal rudere nella pianura all’architettura Palladiana, dall’Altopiano alla Laguna de Venesia, dal bon vin a le besteme da ostaria.
Forse, da tutta questa bellezza, ho attinto qualcosa per la mia lettura sagace della vita.

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Ludovico

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Elisabetta,

dolci sono i passi ed i sogni al seguito che mi conducono a scrivere questa lettera.
Fiammeggiante è il sortilegio che mi lega al mistero del mondo.
Gioia dell’anima saperti vicina malgrado la distanza.
Tepore di primo mattino aver ascoltato la tua voce.

Scusa se non uso la parola “amore”, ma come posso io parlar d’amore quando provo la moltitudine dei petali accarezzati dal vento.
Qui, nel verde prato, ascolto il tuo nome, Elisabetta.
Me ne accorgo solo ora che sei spirata nel respiro eterno.
Noi siamo uniti.
Siamo uniti dalla stessa materia di nuvola che diviene acqua.
Ed acqua piove quando sento la tua mancanza.

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Quindi? – EP III

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[episodio precedente – E non c’è scelta]

E inizio a scrivere. Veloce, in modo convulsivo. Si rivelano ulteriori simboli: il prisma, le lacrime, l’odore dello zolfo. Le frasi, interminabili e prive di qualsivoglia punteggiatura, pendono verso il basso. Faccio difficoltà a comprendere la mia stessa scrittura, tant’è la foga.

Mi interrompo bruscamente. Lo scossone dell’imprevisto, il terrore dell’incidente:
L’orologio sulla scrivania è senza lancette.

«Vedi Iride, non c’è scelta, solo accettazione.»


Terzo e ultimo episodio

Accecato dalla paura mi difendo come posso, impugnando a pugno stretto la penna che stavo utilizzando per scrivere.
Mosso dall’istinto, la brandisco come il mio pugnale. Forse l’ho colpito, forse no, poi un urlo d’orrore, lancinante. Talmente orribile da strappare le pareti del sogno e riaprire ancora il sipario.
Sì, ancora qui. Sono tornato al punto di partenza, sul palcoscenico – d’altronde sono fatti così i sogni.

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E non c’è scelta – EP II

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[episodio precedente – Non siamo uniti ]

Vedo il suo corpo violaceo ritornare al precedente bianco cadaverico. La sua espressione non è più camuffata dal sorriso nervoso. Il taglio si rimargina, il sangue evapora. Si rialza in piedi. No, non sono né piedi né zampe, ma aghi, affilatissimi.
«Prova ad alzarti, Iride.»
Si avvicina, «Ti dico alzati, Iride.»


Secondo episodio

 

Il corpo mi è estraneo. Rimango immobile. All’ombra.
«Perché non parli, Iride?»
Non riesco ad incenerire la voce – rimango con il fiato sospeso.
«È molto semplice; qui non siamo nel tuo sogno. – si strofina la bocca, trattenendo una risata, dopodiché punta il suo dito aguzzo su di me – Devi guardare con altri occhi.»

Sento un fastidio solleticare il basso addome, salire e salendo indursi diventando dolore, strazio e infine piacere estatico. Vomito. Vomito pece.
Con un filo di voce, ansimante – «Cosa…come…non capisco?!»
«È tutto necessario non preoccuparti, avrai le risposte che cerchi quando il sole sarà al nadir. »
L’osservo piegarsi. Un senso di vertigini mi pervade mentre invischia le mani nel liquame nerastro. Sembra cercare qualcosa e infatti trova; una chiave d’argento.
«Guarda!»

Vedo una porta monolitica sospesa nell’aria. Pare di pietra. Lucida, se ne scorgono i volti scolpiti, di uomini e donne divorati dalle fiamme, mutilati dalle guerre, malformati dalla nascita.
«Attraverso questa chiave avrai libero accesso alle stanze del tuo inconscio – l’Orrore del Profondo ti sta aspettando.»
«Orrore del profondo?»
«Dobbiamo ritornare all’origine.»
«Dobbiamo?»
«Non c’è scelta, solo accettazione.»
Rifiuto di rispondere.
Lo spettro spazientito si siede a gambe conserte di fronte di me. Muto. Ad occhi chiusi.

Provo a liberarmi però una sorta di catena invisibile mi impedisce ogni movimento.
«Iride, tu conosci le leggi che vigono in questo mondo. Lo sai che qui il “tempo” non è una condizione fondamentale – apre gli occhi all’improvviso – tu lo sai che qui il tempo non esiste.
– sorride digrignando tutti i piccoli denti aguzzi – fai le tue dovute considerazioni, io non ho fretta.»

Mi sveglio di soprassalto. Ansia, il peso che comprime il petto. Freddo, il malessere corporeo dovuto alla finestra rimasta aperta. La chiudo con un calcio. Male fottuto all’alluce – “Cazzo devo rimanere concentrato!”
Accendo la lampada. Vedo e afferro la bottiglia di plastica riposta vicino al letto. È vuota – “Strano, ero convinto di averla portata su come ogni notte.”
Chiudo la finestra e scendo le scale. Ho dimenticato il perché. Torno su di nuovo: “Merda, la bottiglia d’acqua! – penso – Amen, non ho altro tempo da perdere. Rimane pochissimo tempo per trascrivere il sogno.”

E inizio a scrivere. Veloce, in modo convulsivo. Si rivelano ulteriori simboli: il prisma, le lacrime, l’odore dello zolfo. Le frasi, interminabili e prive di qualsivoglia punteggiatura, pendono verso il basso. Faccio difficoltà a comprendere la mia stessa scrittura, tant’è la foga.

Mi interrompo bruscamente. Lo scossone dell’imprevisto, il terrore dell’incidente:
L’orologio sulla scrivania è senza lancette.

«Vedi Iride, non c’è scelta, solo accettazione.»

Non c’è scelta


 Continua … 


[Terzo episodio – 07/07]

Eutanasia e altre cose buffe

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Ragazza di 17 anni ottiene l’eutanasia.” Boom! Scalpore diffuso. La notizia fa breccia nel marasma mediatico. I telegiornali e le testate giornalistiche diffondono a macchia d’olio la presunta notizia.
Si grida allo scandalo. I salotti d’opinione si riempiono di saccenti; moralisti e ben pensanti, come sciacalli, si fiondano sulla carcassa. Sguazzano nella loro ipocrita merda, la solita-fottutissima-quotidiana merda.
Nell’arco di poche ore, Noa Pothoven, muore centinaia di volte sulla bocca di ogni retorica pretestuosa.
I commenti e gli hashtag sulle varie reti sociali amplificano e dilaniano la coscienza collettiva in un continuo gioco di somma e sottrazione fratto zero.
Segregati dall’opinione domestica, al retaggio di internet; il sacrosanto diritto di parola del plebiscito 2.0

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Non siamo uniti – EP I

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Primo episodio

Il giorno

Ha i muscoli atrofizzati. Rigido, a tratti, quando non geme dal dolore, assume delle pose cubiste. Gli occhi schizzati rimangono inviolabili, nel senso che non si riesce a coglierne lo sguardo, come se rivolti ad un’altra dimensione. Dalla bocca lacerata, sempre aperta in uno strazio, pende la bava, e altra bava. Assomiglia ad un rubinetto rotto.

«Almeno i rubinetti si possono riparare», dice una voce alle mie spalle.
Mi giro di scatto, preso alla sprovvista. La coincidenza tra il pensiero e le parole del mondo sulle prime mi lascia intimorito – dopo poco però comprendo; si tratta dell’idraulico che sta parlando, presumo, con la titolare del locale; una coincidenza, o al più, un equivoco.

Termino il caffè. Mi sistemo frettolosamente – anche se non ho fretta, un desiderio mimetico mi suggerisce di andarmene il prima possibile. Prendo i fogli bianchi intonsi e li getto alla meglio nello zaino. Devo uscire, trovare un altro spazio dove scrivere.
«Dove scappi!?!» – un’altra voce mi strattona.
Si tratta di una signora impegnata ad acciuffare il suo piccolo cane. Il bastardo si è liberato sulle traccie di qualche pezzo di cibo e sta mettendo a ferro e fuoco tutto il locale; la proprietaria sprovvista di un equilibrio motorio (e penso anche mentale) a causa del suo culo sproporzionato urta tavoli e sedie degli ignari clienti continuando a ripetere “Jonathan, vieni qui! Dai bello di mamma, fai il bravo. Jonaaa, dai!”, un cliente moralmente umiliato – credo si chiami Jonathan – inizia ad incendiarsi imprecando e mal dicendo la donna e il suo cane.
Tutto questo avviene tra gli umori più contrastati: i bambini ridono e divertiti gettano del cibo al cane nel silenzio dei genitori, altri, poco più grandi, non si lasciano sfuggire l’occasione di riprendere il tutto e condividerlo in rete, altri ancora, i più, mostrano fastidio e sconforto.
È allora che la bocca lacerata, in un acuto di tormento, ripristina l’ordine della quotidianità.
Tutto si sospende in un grande punto interrogativo. Poi secondi imbarazzanti, fatti di silenzio.

«Poro toso el me fa peca’»
Ancora le parole del mondo a confondermi il pensiero!
Il volto della compassione è quello di una figura esile, di nonna.
«È il capriccio di qualche sadico. Quel corpo è privo di coscienza.»
La nonna mi guarda perplessa: «cosa gheto dito?»
Arrossisco, intimorito dalle mie stesse parole: «Niente, mi scusi.»
Mi precipito all’uscita. Non posso rimanere un altro secondo qui.

Fuori le macchine sfrecciano sull’asfalto ancora bagnato.
Continui acquazzoni si alternano dando sfondo alla malinconia di una giornata che ha ben poco di maggio nell’aria.
Accendo una sigaretta, e subito la getto a terra per il solo piacere di calpestare.
“Qui dentro non ci metto più piede”, penso, ma non passano più di due secondi:
Devo ancora pagare il conto. Rientro.

La nonna è là dove l’ho lasciata, l’idraulico armeggia i suoi attrezzi, Jonathan abbaia le sue lamentele, mentre la signora difende il cucciolo/oggetto dagli insulti, i bambini ridono e divertiti gettano nello scompiglio i genitori, quelli poco più grandi invece sono ancora impigliati nella rete dei loro smartphone, mentre gli altri, i più, mostrano fastidio e sconforto.
E lui, con la sua presenza aguzza e la bocca sempre aperta, non proferisce parola.

Vado alla cassa. Chiedo del caffè. Uno e dieci. Pago. Noto un volantino sul banco vicino al vasetto delle mance. Titola “Superabile”. Lo prendo, si tratta di una locandina teatrale. Adoro il teatro. Esco. Fuori accendo un’altra sigaretta. Questa volta non la getto a terra. Mentre fumo leggo. Si tratta di uno spettacolo in programma domani sera. Gli attori sono portatori di handicap. Penso di andarci. Fine.

la locandina

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