Il Seme della Tempesta

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Racconto non breve, ma brevissimo

Arrivai con il peso leggero dei vent’anni, uno zaino e qualche poesia in tasca.

Da lì a poco avrei stretto l’amicizia più bella, con le cinta di mura, i tetti scoperchiati e le feritoie abitate dai fiori; il Forte Marghera era questo, lo spazio bianco della geografia inesplorata.

Un margine in cui tracciare un vissuto autentico, sentito sui polpastrelli fino là, nel remoto, dentro le ossa.

Gli eventi mi avevano portato a partecipare alla residenza artistica del Teatro Valdoca.

Ed eravamo tutti ignoti, ragazzi e ragazze pescati dalla sorte dai più svariati posti di questa nostra piccola penisola.

C’era Rocco, il cuoco Napoletano; Farida, con le sue venature di sabbia araba; Giulia, che parlava solo per cantare e cantava solo per parlare; e tanti altri per cui perderei il sonno se seguissi a raccontarne durante questa notte di ricordi imbevuti di Cognac.

Tutti figli di un vivere che vuole raccontare, farsi storia – la storia di una promessa, giurata all’eterno.

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