Allegro, ma non troppo

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Alla Stagion del Fior
Chiampo, domenica 3 marzo, 22:23

 

«Ti è piaciuto il concerto?»
La guardo attraverso, la vedo sparire. Rimango solo. No. Il rumore bianco. No. Ho i brividi alla schiena. Sento freddo, o forse è il caldo. C’è confusione, o sono confuso.
«Stai bene, Alessandro?» – Renyer allunga la mano, io la scanso. Sembra dispiacersene.
«Sì … ho bisogno di silenzio.»
Mi capisce, o forse no. Intanto ho preso le distanze, da tutti.

Protraggo la mia ombra in fondo la stanza, volto al muro. Il brusio degli invitati non mi riguardo, il muro invece restituisce parte di me. Un dipinto. Noto l’espressione di stasi del cavaliere che scruta il campo di battaglia; tra angoscia e un sentore timido di fierezza, il dubbio consacrato alla guerra. In perenne assedio, in rivolta con se stesso ed il proprio demone, ancor prima di brandire la spada e guidare la carica.
Sento che qualcosa mi riguarda in questo ritratto. Oppure sono un ragazzo sensibilmente provato dal concerto che ho appena ascoltato, e devo rimediare al guasto del cuore che le sue mani hanno scavato dentro di me, cercando di sfuggire alle voci, anche solo per pochi minuti, ritraendomi nel ritratto.
Dentro, mentre il mondo crolla, come un cavaliere.
Scruto il campo di battaglia.

Due bicchieri di vino più tardi

«Buonasera! – mi lancio sulla sedia, a fianco di un signore che ha un’aria di essere più nell’aldilà che di qua.

Provo simpatia per loro, anziani toccati dai miracoli (e con miracoli intendo le vicissitudini scalfite dal tempo manifesto; rughe, occhi pendenti…) i folli oratori alla Zarathustra ed i bambini.
Condividono uno stato di beatitudine nei miei occhi curiosi.

Nel dubbio, visto che non mi risponde: «Buonasera Roberto!», aggiungo ancora più entusiasmo, infatti si gira.
Lui mugugna qualcosa. Non ha nessuna intenzione di smettere di mangiare la focaccia. Però mi ha visto. Trova il tempo tra un pezzo e l’altro di allungarmi la bottiglia e riempirmi il bicchiere che si era piacevolmente prosciugato.
Lo prendo come un invito e, soddisfatto per aver azzeccato il suo nome, accendo la discussione:

«Gran concerto, un esecuzione straordinaria! No, non mi intendo di musica classica, ben che meno di Raichmaninov – ne storpio la pronuncia – Raich…maninov, penso si dica così. Bhe, rimane il fatto che è stato indubbiamente un esecuzione straordinaria. Forse l’ho già detto.- Sorseggio del vino, giusto per inumidire la mia anima goffa.
Che dire – vorrei fargli capire che sono curioso di sentire la sua voce, ma non smette di mangiare – sì, insomma…come potrei dire. Come potrei dire. Come potrei dire? Certo! Due minuti fa cercavo disperatamente silenzio, e adesso sono qui a romperle le scatole. Perché esasperarci con le parole? Perché non stiamo tutti zitti, come lei! Il silenzio, come posso io chiamarti? O come potrei racchiudere questa esperienza attraverso i termini? Nel intento di dire cosa? COSA!?», per un momento smetto.

Ho notato qualcosa. Deve aver deglutito. Mi sorride. Anzi, sorride alla focaccia che ho in mano (devo averla preso nel trambusto del soliloquio, senza nemmeno essermene accorto). La guarda come fosse l’ultima rimasta. Gliela passo. Mima la parola grazie.

Rimango zitto e contemplo; le grandi cornici, il buffet, i vasi adornati di fiori, la mandibola del signore che sto importunando, il cavallo del cavaliere nel quadro, e Lei. Lei che spunta spontanea come la margherita. La pianista.

E sospirando: «Deve sapere che certe volte la non-fede, o meglio, la mia convinzione in un mondo privato di dio, barcolla tragicamente davanti a tanta bellezza.
In questi momenti mi si intrufola in testa l’idea che lui esista. Cioè davanti alla proporzione degli elementi, cautela delle forme, geometrie lineari e vivide, mi risulta quasi spontaneo dirmi; “cazzo, quel mascalzone esiste”.
Deve esistere, altrimenti come può un processo inaffettivo di causa ed effetto, reiterato all’infinito, mettere alla luce anime così? Come può il caso, e la sua casualità, presentare elementi in equilibrio?»
«Poi queste chimere svaniscono.», mi ricordo di non essere un poeta.
E tutto ritorna al suo posto, o almeno dovrebbe.

Il vecchio tossisce mentre s’arrossisce. Spero di non averlo offeso.

«Oh Dio! Carlo!», una signora, forse la sua consorte, si avvicina preoccupata.
Il signore delle focacce dunque si chiama Carlo, e non Roberto.
«Oh merda.»
Carlo, a braccio teso e palmo aperto la tiene distante.
«Ma Carlo! Cosa fai?»
Con l’altra mano si sfera dei colpi decisi sullo sterno, e dopo qualche tentativo sputa un nocciolo.
Spettacolo alquanto grottesco; dentiera penzolante, bava e la voce graffiante della “forse consorte”.

«Tutto bene, Carl.. – interrompo la domanda – cioè volevo dire Roberto.»
Lui fa un cenno di difficile interpretazione. Ha già ripreso a mangiare.
Lo prendo come un sì, ma sul più bello che riprendo a parlare;
«Scusami tesoro – la signora dalla voce graffiante è rivolta a me – varda che Carlo è sordo muto…»
«Anh, ecco perché! Ora capisco. Mi scusi. – ci rimango stronzo e cerco di rimediare – Come si dice “scusa?”»

Sono ancora seduto lì. Carlo e la “forse consorte” sono andati via.
Penso di essere veramente ingenuo, e che non è poi così male confidarsi con un sordo.
Angolo acuto che compare in controluce(!), cosa ascolta un sordo ad un concerto?
Mi rattrista, eppure avranno anche loro un ascolto che esclude l’udito, ma esalta altri sensi. Dove il
corpo si fa orecchio.

Prendo un tozzo di carte, e scrivo. Ciò che ciba la mia anima.

C’è la possibilità che abbia sentito tutto, a suo modo.
Forse ha fiutato la mia angoscia,
visto il timore davanti all’innominabile amore,
toccando suoni ben più profondi
delle parole.


 

 

 


Alla Stagion del Fior, Alessandro Iride Parlato

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L’immagine in evidenza è il dipinto “I tre cavalieri” di Vasnetsov

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