Eutanasia e altre cose buffe

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Ragazza di 17 anni ottiene l’eutanasia.” Boom! Scalpore diffuso. La notizia fa breccia nel marasma mediatico. I telegiornali e le testate giornalistiche diffondono a macchia d’olio la presunta notizia.
Si grida allo scandalo. I salotti d’opinione si riempiono di saccenti; moralisti e ben pensanti, come sciacalli, si fiondano sulla carcassa. Sguazzano nella loro ipocrita merda, la solita-fottutissima-quotidiana merda.
Nell’arco di poche ore, Noa Pothoven, muore centinaia di volte sulla bocca di ogni retorica pretestuosa.
I commenti e gli hashtag sulle varie reti sociali amplificano e dilaniano la coscienza collettiva in un continuo gioco di somma e sottrazione fratto zero.
Segregati dall’opinione domestica, al retaggio di internet; il sacrosanto diritto di parola del plebiscito 2.0

Poco importa scoprire a distanza di qualche giorno che la notizia riportata dai media nostrani è erronea, una sorta di mezza verità.
L’importante era raggiungere la soglia dell’attenzione. Traguardo difficile per lo spettatore contemporaneo non più polarizzato solo su una frequenza; nell’era di internet è il multitasking la forma mentis.
Subissati da continui stimoli dai vari dispositivi tecnologici e dall’attività incessante dei competitor digitali abbiamo diminuito drasticamente la nostra soglia dell’attenzione (qui il report).

Tutti meccanismi che hanno deteriorato la qualità dell’informazione.
Lo possiamo constatare assistendo al meccanismo di divulgazione/propaganda perché, malgrado sono subentrati miriadi di medium e canali informativi, è rimasta inalterata la fonte prima e la linea editoriale.
La notizia, manipolata già all’origine, perde di veridicità a priori, andando ad intassellarsi ad un frame (possiamo tradurlo come “cornice di contesto”) di paura e rancore diffuso, al fine ultimo di inglobare e standardizzare il sentimento comune nella sua refrattarietà: uno stato individuale di permanente angoscia.

Il fondamento della pluralità dell’informazione non esiste e ciò definisce il pensiero unico dominante, e determina la “rete unificata”.
Rapportarsene costringe ad entrare in collisione con l’unica dialettica consentita in merito: “opinione comune versus pensiero complottista”. Una suffragio dei potenti, l’altra antitesi del buon senso.
Eppure il mondo è e rimane fuori dalla rappresentazione come verità imperscrutabile.


Noa Pothoven

Torniamo alla questione.
Noa è solo un capello sul cuscino. Qualcosa che al più sfugge alla vista.
Però c’è chi vede. Chi nota anche il capello, quel capello e non un altro. In quel dato momento e non un altro.

Dunque pronunciatevi (in merito della sua morte) pure indignati, offesi, entusiasti, progressisti, retrogradi, e chissà cosa altro, per poi sfuggire a voi stessi, al vostro dissidio, non comprendendo l’atto di compassione, di amore incondizionato.
Concepire la propria morte è amore incondizionato.

Non ho altro da aggiungere.
Chi ha da capire capirà. Daremo fuoco alle case.


R.I.P.

 

 

 

 

Testo e illustrazione di Alessandro Iride Parlato


Hai mai visto appassire una margherita?

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