Giusto tra i giusti

Iride Articoli, Ripercorrendo Leave a Comment

Stiamo cenando. La luce del caminetto. Il calore delle belle persone. Il profumo delle parole. La bontà del cibo. Cosa chiedere di più?
Una domanda.
“Alessandro?”
Mi richiama all’attenzione, sorrido, sto per rispondere – no, bevo un sorso di vino prima – “Sì, scusa , ero sovrappensiero.”
“Stavamo parlando di te.” – si aspetta che dica qualcosa ma non sono pronto – “…insomma gli dicevo al Professore che sei un poeta.”
“Per convenzione, ogni tanto mi capita di scrivere.”, voglio evitare di parlare di me.
“Ma non solo, deve saper Professore che lui canta, recita, disegna e poi cosa altro?”, mi passa ancora la parola.
“Emh, sono appassionato di miele e di apicoltura, e da non troppo ho iniziato a fare boxe.”
Il professore si sistema la lente e posizione il suo sguardo nei miei occhi; scruta la verità dietro le mie parole, e fa bene, nemmeno io mi fido di me stesso.
“E cosa fai di tutto questo?”
“Da grande voglio farmi i cazzi miei – forse ho un tono meno volgare, o forse anche peggio – coltivare le mie passioni lontano da tutto e tutti, solo con le mie api.”
Non mi prende sul serio. Pensa, e pensano, che sia uno scherzo.
Tutto d’un tratto divento la prima portata; sono sulla bocca di tutti – d’altronde non capita tutti i giorni di avere a che fare con un poeta.
C’è chi se la ride, chi mi guarda perplesso, chi con senso di disprezzo, ed io nel bicchier riflesso, incurante del giudizio altrui, rispondo ad altre domande, rido e ascolto.
Poi rovina.
Cadiamo sui miei angoli d’ombra.
Sul fatto che sia sfregiato dai miei tatuaggi.
Preso dalla foga e strattonato al collo dalla venatura rossastra del vino farnetico tutta una serie di concetti di difficile interpretazione; “ho deciso di affrontare un percorso”, “il corpo è solo un’estensione dell’anima”, “c’è sangue, c’è dolore”, “penso che bisogna toccare l’origine per comprendere la propria natura” o ancora, “io non ho memoria dell’atto primo, quando sono nato.”
“Nessuno ha ricordo di essere nato.”
“Appunto!”
“Il passato è passato ragazzo, ma domani? Cosa te ne farei di tutto questo? Perché lo hai fatto, te lo sei mai chiesto?”
Ardo, fiero: “Per necessità.”
“MA COME?! – il Professore da spettacolo dimenandosi e gettando la sua capigliatura all’aria – non parlare di necessità, oh dio mio, perché?! Necessità che parola inutile! Tutto il percorso della civiltà occidentale è un tentativo disperato di estirpare questa parola per un senso di libertà! La Libertà!”

Mi colpevolizzano. Io non do nessuna giustificazione. Scruto il mio destino ed imperterrito convengo alla mia fine. Nessuna paura, nessuna speranza. Ognuno porta il peso delle propria croce. Io ne ho due rovesce. Guarda.


Il testo che propongo è un tema scolastico. Tema perché tematico, scolastico perché fatto durante scuola, mi sembra abbastanza chiaro ma nel dubbio specifico.
Si tratta dell’originale con le dovute correzioni grammaticali.
Avevo sedici, diciassette anni alla buona.
Non voglio fare il ragazzo vissuto. Si tratta semplicemente del testo più anziano (visto che Gustavo mi chiama “vecchio giovane” mi sembra anche coerente): non conservo testi, pagine di diario o altro precedenti a questo. Dunque è il lascito della mia essenza, è il come mi sono aperto al mondo della lettura, non diversamente da come si schiude un fiore al segreto della natura.
All’epoca non leggevo, non scrivevo e la poesia era una materia di merda.
Eppure le cose accadono, la vita precede, sempre, inaspettata, prima di ogni scelta.
Scrissi quel testo e nacque la prima vera e grande amicizia con un Maestro, il mio Professore di letteratura, che notandomi e prendendo a cuore il mio dissidio mi rivelo la bellezza della corsa, della meditazione e della letteratura.
Questo testo, per quanto banale ed infantile, è il patto della nostra amicizia, e al contempo la mia maledizione.

Grazie Nicola


 

Alessandro Parlato 4^E Tema

TRACCIA N°2

I cattivi (forse) siamo noi: sommersi dall’illegalità

è il 17 marzo.
Guido, vista la buona giornata, è stato costretto dalla sua ragazza ad accompagnarla a fare acquisti lungo i negozi del centro. Per sua sfortuna non si tratta di un giorno qualunque e Guido lo sa: oggi si disputa una importante partita di calcio della sua squadra del cuore, ma non ricorda che proprio oggi è l’anniversario dell’Unità di Italia.
Strade affollate, numerose manifestazioni, parcheggi non se ne trovato.
“Che sfortuna – pensa – oltre il danno la beffa; proprio oggi dovevamo andare in mezzo a ‘sta gentaglia!”
Seduta di fianco la sua ragazza lancia sguardi, imprecazioni e scongiuri, alla ricerca di un parcheggio, finché;
“Guarda Guido! Un posto libero! – una breve pausa – accidenti è un posto riservato ai portatori di handicap…” – stufa, stizzita.
Guido stanco di girare senza meta e voglioso di una sigaretta risponde in malo modo a Lucia “Amore, tranquilla – punta il dito verso le altre le altre vetture – Guarda. Faccio difficoltà a passare in questa stradina con tutte queste macchina in doppia fila. Cosa vuoi che sia se parcheggio lì?”
Questa situazione la infastidisce in una piccola parte della sua essenza ma preferisce accettare in silenzio questa decisione: oltre a non volere litigare, la voglia d’acquisti prevale su tutto.
Guido parcheggio non curante del divieto.

Il senso civile e di comunità oggi

In una società individualista, il senso del giusto e di unione vengono meno. Siamo portati a mettere noi ed i nostri bisogni al di sopra degli altri, provocando nel tessuto sociale disagio e disunione. Ad aggravare questa situazione la mancanza del sentimento; sentire il dovere civico, il senso di cittadinanza, dirsi Italiano – attualmente ridotto e limitato al tifo da stadio, per la nazionale di calcio durante i mondiali.
Ciò nonostante l’aspetto più affascinante rimane sicuramente il “senso di comunità” che nasce dalla nostra inciviltà; seppur consapevoli che una determinata azione è proibita, qualora un gran numero di persone lo compisse lo stesso, la reputiamo paradossalmente giusta, o per lo meno, ci sentiamo giustificati.

Guido scende con un sorriso da squalo. Fiero che nella selvaggia vita ancora una volta è stato lui a vincerla. Ora può concedersi la sua amata sigaretta.
“Ascolta Amore – inspira veleno – vado a bere un caffè, vuoi qualcosa?”
Occhi plasmati dallo smartphone, muta, dà un cenno di vita muovendo la piccola testa per negare.

Entra in un bar poco distante. Al bancone un vecchio, presumibilmente il proprietario. La luce entra a stento nel piccolo locale, volutamente, per nascondere la sporcizia e la tristezza. L’aria pesante, polverosa. Pesante come il sedere del tizio seduto in un piccolo ritaglio di locale dedicato esclusivamente al gioco d’azzardo. Polveroso come il registratore di cassa che all’apparenza sembra inutilizzato da anni.
Si alza una voce, sorda, “ Cosa ordini?” – è il vecchio.
Guido riporta la mente alla realtà “ umh… salve, prendo un caffè liscio”.
L’anziano, con agilità di un elefante inizia a preparare. I suoi gesti così goffi e scoordinati danno l’impressione che questa sia la sua prima volta. Un caffè nero pece viene inserito nella sporca macchina. Guido teme per la sua salute; non vede l’ora che questo girone dantesco termini e possa finalmente tornare fuori per consumare la sua ennesima sigaretta, un’altra sigaretta.
L’anziano chiede “Desideri qualcos’altro? Abbiam…” Un suono metallico riempi il bar e lo interrompe. La cascata di monetine cessa mentre la voce computerizzata ripete “HAI VINTO! HAI VINTO!” il tizio non dà nemmeno un accenno di felicità. Sguardo vuoto sulla macchina “succhia- vita”. Torna la calma; privo di emozioni riparte a giocare. Un robot.
Torna la voce sorda “ Non ricordo cosa ti stavo dicendo – si guarda in giro spaesato – tieni, questo è tuo”.
Guido ringrazia muto; un accenno di sorriso, falso. Il piccolo locale viene invaso da un odore amaro e intenso.
Prende coraggio e consuma più velocemente possibile quella sostanza. La lingua in fiamme. Un brivido partito dalla pancia percorre ogni centimetro del suo corpo, terminando sulla sua faccia in una smorfia. Un ultimo sforzo, pensa mentre chiede “quanto le devo?”. L’anziano riflette un po’ troppo, “1.50”
Guido, sbigottito, allunga sul tavolo una moneta da 2 euro. La mano, con velocità inaspettata, cattura la moneta che viene riposta in un piccolo cassetto, suscitando nella mente di Guido la figura del Gollum, de “Il signore degli Anelli”.
Nessun scontrino. Nessun saluto. 50 centesimi di resto. Solo il suono della macchina succhia soldi e delle monete cadenti a riempire questo vuoto…

Privi di emozioni, privi di valori

Sembriamo apatici. Non riusciamo più a sorridere, forse disgustati dalla vita del consumo, dove regna il dio danaro, o forse perché l’idea nell’immaginario collettivo di felicità è limitata, stereotipata e filtrata a tal punto che non ne conosciamo più il vero senso. Se la gente pone in cima alla sua scala di valori il denaro sarà costretta direttamente o indirettamente alla illegalità ed a privarsi dell’amore.
Dico questo convinto che anche attraverso questo nobile sentimento si può affrontare i piccolo e grandi problemi della nostra società a testa alta.

…Gli acquisti proseguono in un non senso. Avanti ad oltranza. Manipolati inconsapevolmente dal sistema. Finché giunge la fame. Guido chiede indicazioni per un fast food ad un ragazzo che sta pitturando con una bomboletta la parete di una chiesa storica.
Il ragazzo sbigottito risponde, “Non lo so”.
Incapace di capire come mai nessuno lo abbia fermato mentre compiva quest’atto pieno di rabbia.
Rimane impietrito. Rannicchiato su se stesso, guarda la dolce coppia allontanarsi.
Ora travolto da un mare di pensieri, riflette:
Riflette sul perché della sua rabbia, delle sue azioni. Una nuova luce brilla nei suoi occhi. Impugna ancora l’arma del delitto. Davanti a sé la scritta: “DAREMO FUOCO ALLE CASE”.

FINE

La legalità non si insegna e non si impara, tanto meno può essere imposta. La legalità e solo ed esclusivamente dentro di noi. Il rispetto, la tolleranza e l’amore per il prossimo sono valori che ognuno di noi alimenta o si priva in base al proprio stile di vita.
Possiamo però insegnare e imparare a leggere, i bisogni che si celano dietro le nostre parole, pensieri e azioni. Permettendoci così di creare valori positivi, in grado di trasformarci e trasformare la società in meglio, estirpando l’illegalità e l’immoralità.


Perché?

Perché riportare qui questo testo? Cosa c’entra, il professore, i tatuaggi, le croci?
In una parola?
Necessità.
Oppure come avevo già scritto; “Questo mi disgusta e perciò tendo verso un nuovo umanesimo: protendo le mani al cielo e come un albero pretendo di stare al mondo e per il mondo, perché se ben salde sono le mie radici, vivo ed orgoglioso fiorisco (La mia breve biografia spiegata bene)
Niente di più e meno di niente. Sono solo un inguaribile umano, ed è normale che sbagli o che scada in equivoci, fa parte del gioco, ma il teatro è l’arte dell’imprevisto, e la vita è il teatro.
Chi ha da capire capirà, Noi daremo fuoco alle case.


Illustrazione Magna Magna, di Alessandro Iride Parlato

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