Il Seme della Tempesta

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Racconto non breve, ma brevissimo

Arrivai con il peso leggero dei vent’anni, uno zaino e qualche poesia in tasca.

Da lì a poco avrei stretto l’amicizia più bella, con le cinta di mura, i tetti scoperchiati e le feritoie abitate dai fiori; il Forte Marghera era questo, lo spazio bianco della geografia inesplorata.

Un margine in cui tracciare un vissuto autentico, sentito sui polpastrelli fino là, nel remoto, dentro le ossa.

Gli eventi mi avevano portato a partecipare alla residenza artistica del Teatro Valdoca.

Ed eravamo tutti ignoti, ragazzi e ragazze pescati dalla sorte dai più svariati posti di questa nostra piccola penisola.

C’era Rocco, il cuoco Napoletano; Farida, con le sue venature di sabbia araba; Giulia, che parlava solo per cantare e cantava solo per parlare; e tanti altri per cui perderei il sonno se seguissi a raccontarne durante questa notte di ricordi imbevuti di Cognac.

Tutti figli di un vivere che vuole raccontare, farsi storia – la storia di una promessa, giurata all’eterno.

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Prima di entrare tolsi, come da regolamento affisso a carta e nastro adesivo, le scarpe.

Si trattava dell’officina dove avremmo affinato le arti teatrali. L’edificio, che in tempi non remoti era stato un magazzino d’armi, veniva dunque riabitato dai piedi nudi degli aspiranti attori.

All’interno, salite le scale pericolanti, si raggiungeva il soppalco a noi interamente dedicato. Una volta entrati, di fronte, nel cosiddetto fondale, un quadro di dimensioni spropositate; raffigurava un volto aguzzo e minaccioso. Dava l’impressione di preservare con rigore lo spazio asettico, circoscritto dal nero.

« Anche a te spaventa?».

Preso alla sprovvista, un sobbalzo del cuore mi impedì di rispondere: era bellissima.

« Io sono Michela – lo stesso nome dell’angelo che mi veglia – tu come ti chiami?».

« Piacere Michela – tentennai quei pochi secondi che sono in grado di imbarazzare – sono Alessandro ».

« Toi Pa!», non capii, poi vidi la sua mano aperta e nel solco del tempo, sul palmo della mano, un seme.

« Cesare (il maestro che tramite le parole della Gualtieri ci avrebbe guidato lungo tutta l’esperienza) mi ha dato questo seme dicendomi queste esatte parole: Toi Pa!»

La guardai perplesso, « Scusa, cosa ti ha detto?»

« Toi pa! T-O-I P-A. Toi, pa.»

« Adesso però sono curioso di capire cosa vuole dire».

« Mi ha detto che lo scoprirò».

« Se ti aspettavi una risposta da me ti devo lasciare delusa».

Chiude le piccole labbra in una smorfia di disappunto. Noto le sue fattezze da cerbiatto. Mi stramaledice con gli occhi.

« Non fare quella faccia, posso darti una mano a trovare la risposta, se è quello che vuoi».

« Ma parlate tutti così qua dentro?».

« Sei tu quella strana che va in giro con un seme in mano dicendo “Toi Pa”».

Rise, ed io con lei.

Ci fu subito un reciproco contatto che nei giorni a seguire divenne di volta in volta onda, carezza, abbraccio e in fine bacio. Odore di luglio, torrido, salsedine. Voglia di mare e di lei – o forse lei era il mare?

Me ne resi conto l’ultima notte, divorati dalla malinconia dei saluti che precedono il giorno del ritorno nelle rispettive case. Nella notte in cui il cielo, dopo tanto sole, scelse di piovere su di noi per qualche momento, una corsa mano nella mano tra gli alberi, ma nessun riparo; dall’amore non si sfugge.

Ed eravamo fradici, bagnati dentro dal vino del buon Cesare, fino al suolo.

Ponemmo il seme a terra e confidammo le parole su cui vige il silenzio degli innamorati.

Caro lettore, non gettare nulla al caso, scegli di essere il fecondo seme.

Grazie Michela – grazie a tutti voi miei amici per un’istante.

Da quel giorno il mio cuore non ha smesso di fiorire, ed ogni bel gesto è un petalo che va a voi.

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