Immagine, realtà e realtà dell’immagine

Iride Articoli Leave a Comment

Arzignano, domenica 21 aprile, 18:00

Decido di uscire a bere qualcosa. Contatto i nomi sulla mia rubrica. Considerato il giorno di Pasqua, più di di qualcuno ha preferito organizzarsi diversamente; chissà chi mi risponde.
C’è chi è via con la ragazza, chi è partito per un droga party a Londra e chi segue la liturgia di Jesolo.
Per chi non lo sapesse nella ricorrenza pasquale è tipico di questa zona Arzignanese organizzare, sin da giovanissimi, corriere di devoti del “sabato sera” con la finalità di inquartarsi di alcol nella località marittima di Jesolo.
Io, per questo giro di ruota, ne sono rimasto fuori; non ho nessuna ragazza con cui condividere le mie passioni, e mentre la mia testa fagocita idee folli, le mie tasche rimangono troppo vuote per volare a Londra. Quindi andare a Jesolo? Non se ne parla – è un film già visto.

Allora, mentre sono a ancora a pranzo, e nessuno si degna di rispondermi, penso ai termini del reale.
Cos’è la realtà? È opportuno parlare di una realtà oggettiva, o esistono e potenzialmente coesistono altre realtà oltre a quella che potremmo definire “sensibile”? Qual è il ruolo dell’Io in questo storytelling, o in altre parole, racconto di vita?
E ancora altre domande, stimolate dal sovraccarico di zuccheri presenti nelle uova pasquali.
Suona il cellulare, e prima ancora che possa darmi una risposta mi catapulto altrove; qualcuno ha tutta l’intenzione di uscire e quel qualcuno è Spalla.
Spalla è un mio coetaneo con una serie di complessi senza eguali. Una di quelle componenti umane da studiare in laboratorio; dallo spiccato senso creativo/distruttivo, in lotta perennemente con una sua sorta di polarità dell’essere, quasi fosse due persone. Un dottor. Jekyll e signor. Hyde in miniatura.

We, malandrino! Do nemo?

Reduci da un pranzo opulento a pomeriggio inoltrato, le possibilità di una giornata domenicale si riducono praticamente alla scelta del bar dove fare aperitivo. Optiamo per lo chic e in procinto di entrare accade l’inaspettato:
«No, vecchio. Qui non entro.»
«Perché? Beviamo qualcosa per i fattaci nostri, non c’è praticamente nessuno.»
«Sì ma guardarli. Tutti eleganti in giacca di pelle, camicia … e guarda me, vestito da concia. Va bhe che ho delle – pronuncia un modello di scarpe che per il nome avrei potuto confondere per un’arma- costano 800 euro (da fuck) ma non sono così elegante.»

Sulle prime non do peso a questa sua considerazione – l’ho già detto che Spalla è complessato, giusto?
Tra l’altro a me poco importa, uno Spritz e pur sempre uno Spritz, e avendo la “fortuna” di abitare nella città con il maggior numero di bar pro capite dell’intera nazione basterà girare l’angolo.

Mi sbaglio. La stessa cosa accade ancora e ancora. In qualsiasi fottuto bar che ci affacciamo per entrare Spalla si rifiuta di entrare e sempre per lo stesso motivo: “guardali sono tutti tirati”.

E qui voglio soffermarmi, su quest’ultima esclamazione: “guardali sono tutti tirati”.
Potrà sembrare banale, ma partendo da questo punto ho sviluppato il mio pensiero riguardo alla questione dell’immagine, realtà e realtà dell’immagine;

1) Sì, l’abito fa il monaco e no, l’apparenza non inganna è l’inganno

Non starò qui a spiegare il modello dominante della percezione collettiva e toccherò solo il fondamento esemplificandolo brutalmente, ossia “puoi essere chi vuoi, basta che te lo puoi permettere”. Per dare spessore alla propria persona ci si veste indossando determinanti capi di abbigliamento che hanno un valore intrinseco che corrisponde al prezzo. Mi correggo, il valore di quel bene è determinato dal prezzo. Non tanto perché è bello, confortevole, abbinato ma solo esclusivamente per il prezzo.
Ora, questo meccanismo della mercificazione della società può sembrare ovvio, sbagliato o quel cazzo che preferite, il punto però sta al di là della cosa.
Prendiamo lo sguardo del bambino che è totalmente fuori da questi concetti e privo di pregiudizi. Mettiamolo di fronte a due paia di scarpe. Apparentemente uguali, con lo stesso colore e forma, eccetto per un piccolo dettaglio: una ha un piccolo logo e costa 1000 euro, mentre, quella senza logo, costa 100 euro. Il bambino chiaramente non vede la differenza, e anche se la vedesse riconoscerebbe che è un piccolo dettaglio trascurabile. Non conoscendo tra l’altro il prezzo, ma sopratutto il fraudolento (e meschino) “valore” dei soldi constaterà che sono uguali e dirà, “queste sono due paia di scarpe”.
Poi il bambino cresce, va a scuola e diventa un avente un diritto al voto e impara che “No, le scarpe non sono uguali.” Tra l’altro visto che tra tutte le sfighe ha studiato anche economia ti dirà che quelle da 1000 euro sono anche più belle e ti sottoscriverà un finanziamento per comprartele con tanto di tasso agevolato, rate personalizzate e andatevene tutti a fanculo.
Come già detto il punto sta al di là della cosa.
Le scarpe da mille euro sono un’immagine, e si confonde l’immagine con la realtà.
Un oggetto ha una forme esteriore, e una forma interiore corrispondente. Quando l’oggetto ha una forme interiore non corrispondente diventa un oggetto altro (beninteso: non un “altro oggetto”), e acquisisce un valore, che però è sempre soggettivo. Mi spiego con un esempio ma bisogna ritornare bambini un’altra volta.
Allora, il bambino gioca con una statuina (l’oggetto, reale) e tra l’altro gioca come se la statuina fosse una sorta di aeroplanino (il che rende l’oggetto, un oggetto altro: la sua forma interiore non corrisponde più alla sua forma esteriore, perché pur giocandoci come fosse un aeroplanino l’oggetto è pur sempre una statuina). Vola che vola la statuina-aeroplanino, per una avaria al motore sinistro precipita rovinosamente a terra, in mille pezzi. Ora la sua forma esteriore è cambiata: il bambino riconosce che la statuina è rotta in mille pezzi, infatti non dice “ci sono mille statuine”. Poi arriva la nonna, che preoccupata dal rumore, non può fare altro che constatare che la statuina della Madonna beata è distrutta, e con le lacrime agli occhi può solo pregare, perché tratta d’inganno dall’immagine, non riesce a discernere la realtà dalla realtà dell’immagine.
Di seguito a questo ragionamento c’è ancora il povero cristo che ha studiato economia. Non gli è ancora andata giù la storia delle scarpe e da lì non si muove:
“La realtà e che ci vogliono i soldi per comprare le cose – pensa tutto in termini di dare/avere, non conosce l’Essere se non in termini di consumatore – e ci sono scarpe che hanno un determinato costo perché sono vendute in un determinato mercato per un determinato target.”
Considerazione ragionevole ma parziale. Si tratta della realtà dell’immagine.
Infatti è indubbio che esistano questi elementi, ma esistono nel limite dei loro termini. Una domanda; esistono consumatori o persone?
“Esistono le persone e le persone nei termini economici sono anche consumatori.”
Realtà dell’immagine! Stipati come numeri, funzionari e funzionali al sistema di potere.
“Anche se fosse, comunista dei miei coglioni, i soldi servono, altrimenti bello mio non si mangia.”
Serve nulla. Bisogna. Bisogna nutrirsi, anche spiritualmente; bisogna espirare e anche inspirare e in fondo bisogna amare, anche chi non ha le parole per accogliere il nostro canto.
Chi ha da capire intenda. Bruceremo le case.

2) Esternare il proprio difetto interiore

Quando grossolanamente giudichiamo l’alterità spesso stiamo inconsciamente sfuggendo all’introspezione del proprio Io, in un altro termine, all’autocritica. Ci sentiamo in difetto non tanto perché gli altri ci stanno effettivamente “attaccando”, ma nella possibilità che essi possano “attaccarci”, ricorrendo ad una “difesa” preventiva che spesso non è altro che un pregiudizio o una visione comunque parziale e distorta. Sarebbe opportuno “riavvolgere il nastro” e non accontentarsi di dar fiato alle angosce. Ponendo al centro della questione la realtà ogni pensiero che prescinde da esso diventa superfluo. La realtà è che due persone unite da un legame di amicizia vogliono trascorrere del tempo assieme. Il bar e le altre persone lì presenti sono anche esse reali, ma rischiano di essere rappresentate nella nostra mente e di conseguenza di diventare immagini, assumendo dei valori che non corrispondo alla realtà. Tutta questa elucubrazione è racchiusa dentro all’espressione: “Non farti troppe seghe mentali”.
Per questo stesso motivo nonostante abbia due croci rovesce tatuate su entrambe le braccia non mi sono mai sentito a disaggio e in difetto nei confronti di nessuno.
Si tratta come già ribadito di discernere la realtà dalla realtà dell’immagine.

3) Il peso dell’inconsistenza

C’è da ribadire un altro punto. Avrei anche potuto non dare peso a questa sconsiderazione, se non fosse stato proprio Spalla a dirlo. Spalla che abita i social, con migliaia e migliaia di followers, sempre a far vezzo del suo stile e della sua persona. Lo davo, erroneamente come uno sfacciato invece … era una mia immagine fondata su un considerazione sbagliata.
Mi spiego; quando parlo di realtà dell’immagine tutto diventa comprensibile nel momento in cui si analizza e ci si rapporta ad uno dei tanti meccanismi sociali preponderanti dell’era di internet; Instagram. Il fottuto profilo social signori miei.
Lì, in quel marasma di immagini non si può far altro che condividere e usufruire della realtà dell’immagine. Una sorta di feticcio per la propria rappresentazione costringe milioni di persone a mettersi quotidianamente in mostra per quello che non sono.
Come se non bastasse non ci si accorge di avere a che fare con uno dei problemi più grandi della contemporaneità; la realtà dell’immagine sta prevalendo e addormentando la realtà. Come? Non è poi così inusuale sentire discutere del fenomeno del cyberbullyng o altre dinamiche come il sexting. Per non parlare di come la questione pubblica si sia spostata dalla piazza a Facebook e come i demagoghi non siano altro che i contemporanei influencer che in modo più o meno conscio intervengono massicciamente sul pensiero di migliaia di persone. La questione mi preoccupa, e non poco, perché la devo affrontare quotidianamente; quando mi concedo una giornata al luna-park e vedo i ragazzi emozionarsi e sorridere solo mentre si filmano e si fotografano con i propri smartphone, quando vado ad un concerto e posso constatare che il metro e 84′ d’altezza non basta a sovrastare le braccia alzate da centinaia di persone che non smettono di riprendere il palco, e ancora quando assisto inerme ad un bellissimo tramonto e la persona lì affianco non ci pensa due volte ad estrarre il cellulare e premere quel fottuto tasto per poi uscirsene con un “è proprio una bella immagine” (riferendosi al tramonto che a mio dire è più reale della realtà stessa).
Lo ribadisco per l’ennesima volta per evitare equivoci; il problema non è internet e la realtà virtuale, quanto più la difficoltà da parte delle persone comuni di discernere la realtà dalla realtà dell’immagine.


Al momento non ho altro da aggiungere a riguardo, se non il fatto che lo Spritz non l’abbiamo bevuto.


L’immagine in evidenza è la fotografia di Luca Peruzzi presso lo spazio dell’Atipografia

L’illustrazione di Iride, Dare fuoco alle case


 

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