Non siamo uniti – EP I

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Primo episodio

Il giorno

Ha i muscoli atrofizzati. Rigido, a tratti, quando non geme dal dolore, assume delle pose cubiste. Gli occhi schizzati rimangono inviolabili, nel senso che non si riesce a coglierne lo sguardo, come se rivolti ad un’altra dimensione. Dalla bocca lacerata, sempre aperta in uno strazio, pende la bava, e altra bava. Assomiglia ad un rubinetto rotto.

«Almeno i rubinetti si possono riparare», dice una voce alle mie spalle.
Mi giro di scatto, preso alla sprovvista. La coincidenza tra il pensiero e le parole del mondo sulle prime mi lascia intimorito – dopo poco però comprendo; si tratta dell’idraulico che sta parlando, presumo, con la titolare del locale; una coincidenza, o al più, un equivoco.

Termino il caffè. Mi sistemo frettolosamente – anche se non ho fretta, un desiderio mimetico mi suggerisce di andarmene il prima possibile. Prendo i fogli bianchi intonsi e li getto alla meglio nello zaino. Devo uscire, trovare un altro spazio dove scrivere.
«Dove scappi!?!» – un’altra voce mi strattona.
Si tratta di una signora impegnata ad acciuffare il suo piccolo cane. Il bastardo si è liberato sulle traccie di qualche pezzo di cibo e sta mettendo a ferro e fuoco tutto il locale; la proprietaria sprovvista di un equilibrio motorio (e penso anche mentale) a causa del suo culo sproporzionato urta tavoli e sedie degli ignari clienti continuando a ripetere “Jonathan, vieni qui! Dai bello di mamma, fai il bravo. Jonaaa, dai!”, un cliente moralmente umiliato – credo si chiami Jonathan – inizia ad incendiarsi imprecando e mal dicendo la donna e il suo cane.
Tutto questo avviene tra gli umori più contrastati: i bambini ridono e divertiti gettano del cibo al cane nel silenzio dei genitori, altri, poco più grandi, non si lasciano sfuggire l’occasione di riprendere il tutto e condividerlo in rete, altri ancora, i più, mostrano fastidio e sconforto.
È allora che la bocca lacerata, in un acuto di tormento, ripristina l’ordine della quotidianità.
Tutto si sospende in un grande punto interrogativo. Poi secondi imbarazzanti, fatti di silenzio.

«Poro toso el me fa peca’»
Ancora le parole del mondo a confondermi il pensiero!
Il volto della compassione è quello di una figura esile, di nonna.
«È il capriccio di qualche sadico. Quel corpo è privo di coscienza.»
La nonna mi guarda perplessa: «cosa gheto dito?»
Arrossisco, intimorito dalle mie stesse parole: «Niente, mi scusi.»
Mi precipito all’uscita. Non posso rimanere un altro secondo qui.

Fuori le macchine sfrecciano sull’asfalto ancora bagnato.
Continui acquazzoni si alternano dando sfondo alla malinconia di una giornata che ha ben poco di maggio nell’aria.
Accendo una sigaretta, e subito la getto a terra per il solo piacere di calpestare.
“Qui dentro non ci metto più piede”, penso, ma non passano più di due secondi:
Devo ancora pagare il conto. Rientro.

La nonna è là dove l’ho lasciata, l’idraulico armeggia i suoi attrezzi, Jonathan abbaia le sue lamentele, mentre la signora difende il cucciolo/oggetto dagli insulti, i bambini ridono e divertiti gettano nello scompiglio i genitori, quelli poco più grandi invece sono ancora impigliati nella rete dei loro smartphone, mentre gli altri, i più, mostrano fastidio e sconforto.
E lui, con la sua presenza aguzza e la bocca sempre aperta, non proferisce parola.

Vado alla cassa. Chiedo del caffè. Uno e dieci. Pago. Noto un volantino sul banco vicino al vasetto delle mance. Titola “Superabile”. Lo prendo, si tratta di una locandina teatrale. Adoro il teatro. Esco. Fuori accendo un’altra sigaretta. Questa volta non la getto a terra. Mentre fumo leggo. Si tratta di uno spettacolo in programma domani sera. Gli attori sono portatori di handicap. Penso di andarci. Fine.

la locandina


La notte

«Stolto colui che vive allo scopo di soffrire.»
Guardo il palcoscenico. Un fascio luminoso. Punta su una creatura bislunga. Storpia, non umana in volto. Nuda, pallida come la morte, osseo anoressico, androgino. Dalla distanza e dalla luce non riesco a cogliere altro del suo aspetto.
«Ho detto, stolto colui che vive allo scopo di soffrire.»
Non rispondo, perché non riesco a rispondere. Ho la bocca bendata, il corpo legato. Cerco di liberarmi. Provo ad urlare. Non capisco il perché, il come, e subissato dalla tensione crescente mi sveglio di soprassalto. Adesso sono sopra il palco. No, evidentemente sto ancora dormendo – deve essersi aperta qualche porta del Profondo.

Voci doloranti danno strazio e lamento; è il pubblico, coro funereo, ghermito di persone sofferenti in lacrime.
In mezzo agli infermi si alza però un corpo. Dall’altezza vertiginosa la riconosco; è la stessa creatura di poco prima.
Inizia a scendere i gradini. Si avvicina.
«Applaudo io per loro.», dice con scherno, applaudendo.
Ricordo di aver letto da qualche parte di non intrattenere nessun dialogo con i fantasmi interiori. Quel libro li definiva “riflessi autonomi dell’incubo”.
«E quel libro si chiama Ediri.», ghigna prima di essere trafitto a morte dal pugnale.
Lascio cadere il corpo, violaceo.
Pulisco la lama con la mantellina e l’osservo: anche da morto mantiene la sua arrogante smorfia di scherno.
“Come può essere successo. – penso – Non capitava da quel fatidico giorno che le presenze oscure si rivelassero nel bel mezzo di un sogno lucido.”
Accendo le luci del teatro. Le sedute sono vuote. Le voci sparite. C’è molta polvere. La struttura fatiscente trema, però non si tratta di un terremoto – credo sia un bisogno fisiologico; dubito che si tratti di una questione di vescica visto che manca l’elemento acqua o un altro simbolo riconducibile ad esso. Deduco invece di essere uscito dalle coperte. D’altronde è questo il legame tra sogno e realtà e realtà sogno: il continuo dialogo simbolico.

Non ci penso due volte: è il momento di tornare – visto anche la mole di ricordi onirici da trascrivere nel diario.
Afferro il pugnale e con un colpo deciso frantumo le sterno impalando il cuore.
In ginocchio mi faccio forza e lo strappo dal petto. Sento la voragine della ferita espandersi e travolgere ogni filamento corporeo.
«Ma perché cazzo non mi sveglio?!?»
«Perché devo parlarti, Iride. Ho bisogno di te. Ho bisogno del tuo aiuto.»
La luce si spegne. Buio totale.
La creatura a cui, un istante prima, gli avevo tagliato la gola, parla di nuovo.
«Tu sei un fantasma? Pretendo risposte!»
«Le avrai. Quando la Luna sarà allo Zenit, ma prima di allora nulla.»
«E come dovrei aiutarti? Forse sto impazzendo… merda, aveva ragione quella rompicoglioni della mia vicina – simulo la voce della zitella terrona – “Devi farti vedere tu! Scemunito! Ma da un dottore bravo!”.»
«Dovresti darmi attenzione, Iride. Qui c’è poco da scherzare.»
Sputo sul suo corpo redivivo il sangue che mi sale dalla collera.
«Ascolta – alzo la voce – ti ho già tagliato la gola una volta, cosa pensi mi impedisca di farlo ancora, misero spettro.»

Vedo il suo corpo violaceo ritornare al precedente bianco cadaverico. La sua espressione non è più camuffata dal sorriso nervoso. Il taglio si rimargina, il sangue evapora. Si rialza in piedi. No, non sono né piedi né zampe, ma aghi, affilatissimi.
«Prova ad alzarti, Iride.»
Si avvicina. Resto immobile.
«Ti dico alzati, Iride.»

Ombra e Iride


Continua…


[Secondo episodio – 30/06 ]

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