Immagine, realtà e realtà dell’immagine

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Arzignano, domenica 21 aprile, 18:00

Decido di uscire a bere qualcosa. Contatto i nomi sulla mia rubrica. Considerato il giorno di Pasqua, più di di qualcuno ha preferito organizzarsi diversamente; chissà chi mi risponde.
C’è chi è via con la ragazza, chi è partito per un droga party a Londra e chi segue la liturgia di Jesolo.
Per chi non lo sapesse nella ricorrenza pasquale è tipico di questa zona Arzignanese organizzare, sin da giovanissimi, corriere di devoti del “sabato sera” con la finalità di inquartarsi di alcol nella località marittima di Jesolo.
Io, per questo giro di ruota, ne sono rimasto fuori; non ho nessuna ragazza con cui condividere le mie passioni, e mentre la mia testa fagocita idee folli, le mie tasche rimangono troppo vuote per volare a Londra. Quindi andare a Jesolo? Non se ne parla – è un film già visto.

Allora, mentre sono a ancora a pranzo, e nessuno si degna di rispondermi, penso ai termini del reale.
Cos’è la realtà? È opportuno parlare di una realtà oggettiva, o esistono e potenzialmente coesistono altre realtà oltre a quella che potremmo definire “sensibile”? Qual è il ruolo dell’Io in questo storytelling, o in altre parole, racconto di vita?
E ancora altre domande, stimolate dal sovraccarico di zuccheri presenti nelle uova pasquali.
Suona il cellulare, e prima ancora che possa darmi una risposta mi catapulto altrove; qualcuno ha tutta l’intenzione di uscire e quel qualcuno è Spalla.
Spalla è un mio coetaneo con una serie di complessi senza eguali. Una di quelle componenti umane da studiare in laboratorio; dallo spiccato senso creativo/distruttivo, in lotta perennemente con una sua sorta di polarità dell’essere, quasi fosse due persone. Un dottor. Jekyll e signor. Hyde in miniatura.

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Allegro, ma non troppo

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Alla Stagion del Fior
Chiampo, domenica 3 marzo, 22:23

 

«Ti è piaciuto il concerto?»
La guardo attraverso, la vedo sparire. Rimango solo. No. Il rumore bianco. No. Ho i brividi alla schiena. Sento freddo, o forse è il caldo. C’è confusione, o sono confuso.
«Stai bene, Alessandro?» – Renyer allunga la mano, io la scanso. Sembra dispiacersene.
«Sì … ho bisogno di silenzio.»
Mi capisce, o forse no. Intanto ho preso le distanze, da tutti.

Protraggo la mia ombra in fondo la stanza, volto al muro. Il brusio degli invitati non mi riguardo, il muro invece restituisce parte di me. Un dipinto. Noto l’espressione di stasi del cavaliere che scruta il campo di battaglia; tra angoscia e un sentore timido di fierezza, il dubbio consacrato alla guerra. In perenne assedio, in rivolta con se stesso ed il proprio demone, ancor prima di brandire la spada e guidare la carica.
Sento che qualcosa mi riguarda in questo ritratto. Oppure sono un ragazzo sensibilmente provato dal concerto che ho appena ascoltato, e devo rimediare al guasto del cuore che le sue mani hanno scavato dentro di me, cercando di sfuggire alle voci, anche solo per pochi minuti, ritraendomi nel ritratto.
Dentro, mentre il mondo crolla, come un cavaliere.
Scruto il campo di battaglia.

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Stamattina, alla piscina di Arzignano

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Arzignano, sabato 16 febbraio, 10:45

Sono nello spogliatoio per farmi una doccia. Qualcuno nell’altro corridoio intona un guizzo melodico, vagamente lirico – restituisce tempo e forma agli schiamazzi diffusi dei bambini che ridono, piangono, litigano nell’aggrovigliarsi di voci, ciabatte che schiaffano il pavimento e getti d’acqua.
Anche io come loro sono reduce dalla lezione di nuoto; sì, sto imparando a nuotare.
Reimparando per l’esattezza, visto che anche io alla loro età apprendevo l’arte di librare. Sì, librare, in questo equilibrio tinto di azzurro e giochi di luci riflessi e diffusi nelle bolle e … il sapore del cloro fin su alle narici. Quanta acqua ingoiata di traverso!

Ed eccomi qui, immerso nei ricordi.
Me ne lavo l’anima; sono tranquillo, tutto si azzera, e il chiasso diventa mormorio, poi bisbiglio, rumore bianco e infine silenzio. Penso – è strano non cantare sotto la doccia; mi fa sentire nudo. Certo, è difficile essere più nudi di così, con le palle al vento, però, in un qualche modo, è, come posso dire … imbarazzante – rifletto su questo termine – inusuale, rimanersene zitti zitti sotto la doccia. Mi fa sentire nudo.
Apro gli occhi per prendere lo shampoo.

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Incipit

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Atto II del testamento digitale, detto blog, di Alessandro Iride Parlato.

Sento il bisogno di cambiare aria, solcando lo spirito del tempo.

Inizio eliminando il superfluo; togli questo, togli quest’altro, no questo non va bene, mi dico.

Ed in fine cosa rimane in 4 anni di scrittura?
Giusto un’immagine.
L’essenziale.

 

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