Stamattina, alla piscina di Arzignano

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Arzignano, sabato 16 febbraio, 10:45

Sono nello spogliatoio per farmi una doccia. Qualcuno nell’altro corridoio intona un guizzo melodico, vagamente lirico – restituisce tempo e forma agli schiamazzi diffusi dei bambini che ridono, piangono, litigano nell’aggrovigliarsi di voci, ciabatte che schiaffano il pavimento e getti d’acqua.
Anche io come loro sono reduce dalla lezione di nuoto; sì, sto imparando a nuotare.
Reimparando per l’esattezza, visto che anche io alla loro età apprendevo l’arte di librare. Sì, librare, in questo equilibrio tinto di azzurro e giochi di luci riflessi e diffusi nelle bolle e … il sapore del cloro fin su alle narici. Quanta acqua ingoiata di traverso!

Ed eccomi qui, immerso nei ricordi.
Me ne lavo l’anima; sono tranquillo, tutto si azzera, e il chiasso diventa mormorio, poi bisbiglio, rumore bianco e infine silenzio. Penso – è strano non cantare sotto la doccia; mi fa sentire nudo. Certo, è difficile essere più nudi di così, con le palle al vento, però, in un qualche modo, è, come posso dire … imbarazzante – rifletto su questo termine – inusuale, rimanersene zitti zitti sotto la doccia. Mi fa sentire nudo.
Apro gli occhi per prendere lo shampoo.

“Cosa minchia guarda questo?”, noto di fronte al mio box doccia un vecchio mi fissa con una certa insistenza. Lo trovo alquanto fastidioso, eppure non mi rifugio dal suo sguardo.
Cioè spieghiamoci, non è che mi vada a genio d’essere osservato mentre mi lavo, ma conviene pensare che sia solo una mia impressione, magari dettata dal mio mostruoso egocentrismo che appare sempre in modo mimetico, subdolo…
Comunque, complessi a parte, è lecito farmi due domande e magari darmi anche due risposte; ci sono una ventina di docce, gran parte vuote, vecchietto dei miei coglioni, ma dimmi un po’, metti caso che sia una questione di puro caso che ti piazzi lì davanti … perché continui a guardarmi in quella maniera?!? – non mi toglie gli occhi di dosso – Ti ha incuriosito il mio neo sul prepuzio? – per un istante ci incontriamo nello sguardo, però lui sfugge, guardando altrove – ha visto che io l’ho visto.

Decido di andarmene.

“Ma scusame, sa vol dire cuel segno?”, lo dice con frettolosità – è evidente il suo imbarazzo – ed è lì che capisco, anzi, ricordo di avere tutta una serie di simboli disposti sul corpo alchemico.

“Quale?”, gli indico L’Eclissi.
“Sì.”
Sorrido e declino la sua domanda con delicatezza; ci sono questioni che devono essere trattate con le dovute precauzioni, caro il mio vecchietto. L’excursus dei simboli non può materialmente essere spiegato nell’arco di qualche minuto.
“Vede questo è…”, ricalco maggiormente l’inflessione dialettale per entrare in sintonia con la sua voce e scruto con attenzione la luce dei suoi occhi – nell’intento di ascoltare il suo sconforto; non è mai facile restituire il senso delle cose, inoltre, somma che si tratta di un vecchietto, che stiamo parlando di sabato mattina, negli spogliatoi delle piscine, sotto la doccia … prendi anche l’handicap di avere la responsabilità di due croci rovesce tatuate, capisci e anzi giustifichi quelle sue occhiatacce.

“Non ho mai visto nulla del jenere. Questi simboli…è pien de jente che ga roba, ma i se tutti uguali… e me sembra senza senso. Ma sta roba … ti iuro che non ho mai visto nulla de compagno…wow!”
Rimango incredulo della sua incredulità; c’è sereno stupore.
Ha scrutato della bellezza dove io ho non ho fatto altro che rappresentare il mio orrore.
Lo ringrazio e mi congedo dicendogli un proverbio con una voce ironicamente sommessa, “poetica”: un uomo senza tatuaggi è invisibile agli dei.
Lui sorride.

In fin dei conti non c’era malizia, se non nel mio pregiudizio. Lui era solo un vecchietto che in un modo non troppo elegante mi ha fatto una domanda.
Io ho risposto, evitandogli noie e dispiaceri.

C’è un tempo per tutto.



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